vota piemontesi

Le Piccole Imprese

La nuova comunità è possibile. Ma – secondo Bonomi – la nuova comunità va reinventata o meglio ricostruita artificialmente e questa ri-costruzione diviene fondamentale per far uscire dalla crisi il sistema produttivo italiano e, conseguentemente, l’intero Paese.
La considerazione è emersa al termine del confronto avvenuto il 25 novembre presso l’API di Torino sul tema della crisi della rappresentanza, convegno organizzato da RETECOMUNITARIA, una’associazione culturale che ha dato molti suoi aderenti al progetto politico che, sotto il nome di  PIEMONTE, si schiera al fianco della  presidente Mercedes Bresso per le elezioni della Regione Piemonte.

E parte da punti comuni di riflessione. Proviamo ad elencarli.

Metà circa del Paese (tra i 28 e i 30 milioni di italiani) vive d’impresa. Parliamo delle 5 milioni di partite IVA, delle 8 milioni di microimprese e dei relativi familiari coinvolti. E vive prevalentemente di piccola impresa: il “metal mezzadro” di Fuà cioè un soggetto che ha fatto dell’impresa un progetto di vita. Spesso ex lavoratore dipendente o piccolo proprietario terriero della provincia italiana del nord, che scambia la terra con il capannone che il geometra locale (talvolta lo stesso sindaco del suo paese) gli consente di costruire. Poi, a fianco del capannone costruisce la propria casa e, con il passare degli anni, mette il BMW in garage. Piano piano il sistema cresce ed evolve nel distretto produttivo territoriale e il vecchio “metal mezzadro” evolve in quello che Bonomi definisce il “comartigiano” (com di comunità; com di commercio; com di internet – il punto com) che sta dentro alle piattaforme produttive con una progressiva evoluzione della dimensione territoriale.
Questo mondo, quando comincia a sentire i primi sintomi di una possibile crisi, è completamente ignoto alla sinistra tradizionale, (ma non è conosciuto nemmeno dalla  vecchia dominatrice (la democrazia cristiana) che non legge la mutazione del soggetto che fino a poco prima rappresentava. Certo, con il sistema fiscale italiano continua a garantirgli una sana evasione fiscale ma questa non basta più.
Con Maastricht e con l’euro non si può più svalutare la moneta (e quindi si riduce la competitività internazionale drogata dalla lira debole), si riducono gli aiuti di Stato (sia per le norme comunitarie che per la contrazione dei finanziamenti dovuti al debito pubblico), e buona parte dei finanziamenti residui vengono dirottati nel sostegno alla grande azienda, anche grazie ad un sistema di rappresentanza di natura fordista e novecentesca (Confindustria, sindacati), infine la concorrenza di Paesi emergenti (est Asia, Cina) e di nuovi partner europei (l’Europa dell’est).
La globalizzazione e la caduta del muro di Berlino mettono in crisi il comartigiano. Non lo coglie ovviamente la sinistra – che questo mondo percorre solo con rappresentanze ormai slegate dai vecchi partiti entrati in crisi per la caduta delle ideologie (paradossalmente si sono mantenute le divisioni categoriali e sindacali nonostante la rottura delle cinghie di trasmissione).   Ma non lo coglie nemmeno la DC anch’essa ormai in crisi.
Nello scontro novecentesco tra il capitale e il lavoro (nota ancora Bonomi) in mezzo ci stavano i piccoli e lo Stato. Nell’evoluzione post fordista entrambi vanno in profonda crisi.
E’ invece la Lega Nord, prima, e Silvio Berlusconi, poi, che intercettano il malumore. La prima interpretando l’antieuropeismo (visto come elemento di indebolimento del comartigiano per le regole e la moneta) e agitando le sue paure e la rabbia contro Roma-ladrona che ha creato la voragine del debito pubblico e con il sud che continua ad alimentarla con politiche assistenziali, il secondo incoraggiando e poi sistematizzando il pensiero individualista spinto, che in questa parte dell’Italia impera (parlando alla pancia della gente).
La crisi finanziaria e poi economica dell’ultimo biennio produce una ulteriore difficoltà per il comartigiano: avrebbe bisogno di credito per tornare a produrre merce (finalizzata a produrre denaro), ma non lo ottiene sia per le difficoltà delle banche, sia per Basilea2, che impone vincoli stringenti per le imprese sottocapitalizzate. E nella fattispecie, buona parte delle piccole imprese italiane a conduzione familiare sono sottocapitalizzate perché, prevalentemente, il denaro prodotto con la produzione e vendita delle merci nei decenni scorsi non ha rafforzato la patrimonializzazione dell’azienda, ma è servito a capitalizzare la famiglia (seconda casa, auto, barca).
Anche il sistema della rappresentanza non sa più trovare soluzioni, diviene un interlocutore debole e conseguentemente il comartigiano cerca di fare da solo ovvero di costituire mini comunità di rappresentanza (vedi l’esperienza di “impresecheresistono”).

Che fare allora?

Riavvicinare le istituzioni locali alla piccola impresa: questa mi sembra essere la risposta più forte che in questo momento possiamo dare. Cosa significa ciò? Come riempire lo slogan di contenuti affinché non rappresenti solo una frase fatta?
Ovviamente non c’è risposta semplice a problematiche complesse e, quindi, occorre agire con la tastiera più vasta possibile di opportunità.
Innanzitutto occorre che le istituzioni territoriali più vicine (le regioni, in stretto raccordo con i comuni) conoscano bene le proprie realtà imprenditoriali minori. Attraverso l’azione dei sindaci, le regioni debbono stabilire un contatto con le singole imprese minori per conoscerle. Si tratta di costruire un unico “sportello” (eventualmente anche con terminale nel comune di residenza dell’impresa) con alle spalle un backstage cui partecipino tutti gli uffici regionali a vario titolo competenti unificati nel servizio impresa, nonché gli uffici delle strutture di rappresentanza, degli ordini professionali. Costruire un grande data base aggiornato sistematicamente capace di leggere le esigenze della singola unità e dell’intero sistema, dei prodotti e delle possibilità di penetrazione degli stessi sui mercati nazionali e  internazionali.
Ciò significa ridisegnare non tanto le competenze della Regione (esse già comprendono appieno queste esigenze), quanto all’interno della Regione ridisegnare l’assegnazione delle competenze sia politiche, sia tecniche, in modo da assegnare ad un unico referente politico la competenza della piccola impresa. Infatti, per rimanere al Piemonte, il grave errore di valutazione che è stato commesso, ha prodotto una distorsione delle attenzioni dalla PMI alla media e grande impresa, quasi come se le piccole imprese (quelle del cosiddetto capitalismo molecolare) fossero un’appendice della media e grande impresa, mentre sappiamo che esse sono una componente fondamentale dell’economia del nostro Paese. Le  piccole realtà non hanno soltanto necessità di credito, e generalmente nemmeno si pongono l’obiettivo di avere strumentazioni sofisticate per affrontare i mercati esteri, quelle, per intenderci che costano molto denaro pubblico, producono pochi risultati tangibili, mantengono schiere di funzionari e di consiglieri di amministrazione; hanno bisogno al contrario di vedersi restituita un’identità che si è in parte perduta e che si sta perdendo del tutto,  costruita nei decenni di esperienza, dal rapporto con il territorio  ove opera l’impresa, che al territorio offre delle risposte importanti oltre che sul piano economico, soprattutto sul piano sociale.
Queste imprese hanno caratteristiche di eticità uniche e per questo motivo  non  possono  essere diluite dall’Istituzione, nell’affrontare i loro problemi, insieme con le imprese di dimensioni più grandi.
Dobbiamo proporci di dare risposte più concrete al sistema delle piccole imprese  affrontando il tema della responsabilità sociale, che spesso reclamiamo dalle imprese medesime, ma che le istituzioni, fino a questo momento, non hanno saputo manifestare nei loro confronti.
Questo nuovo sistema politico e territoriale deve quindi divenire uno strumento di grande semplificazione per l’impresa: un vero sportello unico (non la caricatura che spesso siamo abituati a vedere), inteso non certo come ulteriore unità burocratica, ma come soggetto capace di semplificare la vita dell’imprenditore. Lo sportello deve vedere impegnati dei tutor dell’impresa e non solo i soggetti deputati a rilasciare le autorizzazioni. Il tutor deve divenire l’avvocato difensore dell’imprenditore, che opera però non all’esterno, ma all’interno del sistema pubblico.
A livello regionale  però occorre soprattutto favorire  la realizzazione di servizi in comune; per le imprese manifatturiere il contributo potrebbe essere quello finalizzato ad incrementare la vendita dei manufatti: quindi occorrerà una maggiore  e più efficace promozione, contribuire a far conoscere l’impresa artigiana con aiuti mirati alla commercializzazione in aree vicine al mercato consuetudinario, fino, in casi sporadici, con aiuti per affrontare mercati nazionali ed esteri.
Per le imprese commerciali – ovvero gli esercizi di vicinato -  occorre dare maggiore impulso alle attività di riqualificazione urbana che permetteranno a queste imprese di affrontare meglio la sfida aperta dall’applicazione, anche nel nostro Paese dopo una proroga interminabile, della Direttiva Servizi (più nota come la “Bolkestein”), ma, allo stesso tempo, occorre, anche con il sopraggiungere del federalismo fiscale, mettere mano a fiscalità differenziate per quegli imprenditori (non solo del commercio)  che operano e vivono nei territori svantaggiati, al fine di prevenire la desertificazione delle montagne e delle vallate.
Il sistema, a livelli diversi da quello regionale,  deve poi essere in grado di aiutare le piccole a entrare sui mercati nazionale e internazionale sia interconnettendo le banche dati delle diverse regioni, sia rapportandosi con le Ambasciate presso i diversi Paesi e contribuendo ad un “cambio di pelle” del nostro sistema diplomatico, con il rafforzamento degli addetti economici delle nostre ambasciate e dei più importanti consolati.
Il sistema deve essere connesso al sistema finanziario e creditizio locale e nazionale e in particolare ad esso debbono partecipare come primi attori i consorzi fidi e le finanziarie regionali.
Occorre uno sforzo di tutte le autonomie locali e delle regioni per imporre l’eliminazione dell’IRAP e il trasferimento di parte delle somme introitate dall’erario attraverso l’IVA. Una parte di queste somme debbono finanziare dei fondi regionali in grado di garantire credito finalizzato alla capitalizzazione delle imprese in modo da renderle più forti e capaci di superare i limiti imposti da Basilea 2. Ma anche all’azione di creazione di associazioni d’impresa per superare la fragilità che le nostre aziende hanno nei confronti del mercato. Oltre che, insieme a Confidi e alla Cassa Depositi e prestiti, a costituire un grande fondo di rotazione regionale e interregionale capace di favorire lo sblocco dei crediti certificati che le PMI vantano con le pubbliche amministrazioni. A tal proposito è indispensabile l’introduzione anche nel sistema italiano (come già avviene negli altri Paesi europei) del dialogo competitivo tra la stazione appaltante pubblica e le imprese, anche per semplificare e rendere meno onerosa la partecipazione delle PMI alle gare d’appalto per lavori e forniture.
Si tratta in sostanza di reinventare l’impresa e le comunità d’imprese (secondo filiere produttive, nuovi distretti territoriali o multi territoriali) in cui il territorio non rappresenti una variabile indipendente del rapporto flusso – luogo, in cui si è caratterizzato il decennio trascorso.
E’ quindi altrettanto indispensabile una nuova rappresentanza politica che sappia leggere i fenomeni di mutamento dell’economia e che sappia rapportarsi con questo multiforme sistema di microimprese.
Non è pensabile tornare ai sistemi di rappresentanza collettiva del passato, ma non è nemmeno accettabile che il tutto si riduca ad un rapporto individuale con il potere (ad esempio usando bene i mezzi d’informazione, con azioni eclatanti del tipo sciopero della fame degli imprenditori o occupazione del tetto della “boita” da parte dei lavoratori o, peggio, costruire un sistema personale – clientelare in un rapporto inevitabilmente parziale quando non corruttivo tra il politico e il cliente).
Dobbiamo così essere in grado di apportare al confronto politico importanti risorse culturali al fine di produrre cultura e, in particolare, cultura civica.

E’ questo il compito di PIEMONTE. Continuiamo in questa direzione, qualunque sia il risultato che a breve potremmo ottenere.